Tra Blade Runner e Black Mirror: anima digitale e immortalità

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09/10/2017 Danilo Pagnin 130

L'uscita di Blade Runner 2049 e la serie televisiva Black Mirror hanno riacceso i riflettori mediatici sul rapporto tra tecnologia, umanità e immortalità: l'anima è un algoritmo?

Scorrono le immagini di Blade Runner 2049: replicanti vecchi e nuovi e sentimenti digitali sempre più umani, più che umani. E la serie TV Black Mirror propone una puntata con due malate terminali che grazie alla tecnologia entrano nel programma San Junipero per vivere da ospiti in una realtà virtuale che può accoglierle anche dopo la loro morte fisica, per sempre. La tecnologia si spinge fino ai limiti più estremi e interroga il luogo sacro per eccellenza dell'Umano: l'anima. Sopravvivremo come algoritmi su Facebook e Twitter, come ectoplasmi 3D stile Cortana oppure nel paradiso virtuale di San Junipero?
 
L'anima è un algoritmo?
Probabilmente Aristotele e senz'altro Platone avranno un sussulto nei loro loculi, per non parlare di Tommaso d'Aquino e della grande tradizione filosofica cristiana: l'anima-sostanza ridotta ad un algoritmo matematico? Fosse anche così, sarebbe in ogni caso il risultato estremo di un movimento che parte proprio dalla stessa culla culturale dei due grandi filosofi: la Grecia antica. Lì nasce la razionalità nella forma che ha portato a quello sviluppo tecnologico che ha così permeato tutta la nostra civiltà e la nostra storia, fino ai replicanti di Blade Runner e ai chip di San Junipero.

Rachel, leggendaria replicante co-protagonista del primo Blade Runner, ha ricordi intensi frutto di innesti cerebrali ad opera dell’oscurissima e inquietante Tyrell Corporation, ma sono forse i suoi sentimenti per Deckard meno intensi di quelli di quest'ultimo? É forse il suo amore meno puro e reale, i suoi ricordi meno "veri"? Chi ha visto il film ha una risposta pressoché unanime: no. Umani e replicanti si amano con la stessa intensità, cercano le stesse cose, hanno gli stessi bisogni. E in Blade Runner 2049 questa vicinanza si stringe sino a un punto impensabile nel primo film (non spoilero per non rovinare la sorpresa…). Chi ci vieta di pensare che l'anima un giorno sarà replicabile, come qualsiasi algoritmo? Che rapporto avranno con la morte fisica le future generazioni?
 
Black Mirror e l’eternità virtuale di San Junipero
"Heaven is a place on earth" di Belinda Carlisle a tutto volume, i vestiti degli anni 80, una Jeep Renegade rossa che corre su bellissime strade costiere. Queste alcune delle immagini-icone dell’episodio "San Junipero" della serie televisiva "Black Mirror", distribuito da Netflix e vincitore dell’Emmy Award 2017 come miglior film TV. Leitmotiv: rapporto tra malattia terminale e tecnologia. Ma più in generale, tra diritto alla felicità e dolore, tra sentimenti e paure. Kelly e Yorki sono due ragazze molto diverse (la prima esuberante e disinibita, la seconda timida e riservata fino alla goffaggine) che si incontrano per caso in una discoteca piena dei colori e della musica degli anni 80: nasce una simpatia amorosa, che vede come primo scenario una bella casa di legno su una spiaggia da sogno di San Junipero. La storia procede a "salti" di una settimana alla volta, per svelare piano piano la vera caratteristica di quello scenario: si tratta di un luogo virtuale, frutto di un progetto denominato appunto San Junipero, al quale possono accedere grazie ad un supertecnologico chipset persone con gravi malattie terminali, per vivere ore di felicità.
Dopo la morte fisica (richiamata più volte con il termine di matrice oriental-buddhista di "passaggio") si può decidere di aderire al progetto di eternizzazione nel paradiso virtuale di San Junipero, gestito da un gigantesco supercomputer robotizzato. Lo sviluppo e il finale della storia sono tutt'altro che banali e aprono varie discussioni e possibili scenari futuri sul concetto stesso di morte e di realtà virtuale: niente più premi e punizioni, niente più anime salve in Paradiso, ma un "passaggio" tecnologico per crearne uno virtuale molto umano, più che umano. E molto occidentale e americano: fatto di Jeep, spiagge, canzoni da ballare ma anche di diritto alla felicità e all’amore per tutti, etero e LGBT, malati e sani, senza più giudizi, senza più religioni.

Come in Blade Runner, il confine tra reale e virtuale, umano e tecnologico, sfuma fino a scomparire quasi del tutto, lasciando anzi il posto al culmine dell'illusione prometeica, marca antica della nostra civiltà: la tecnologia ci renderà eterni?