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Il coworking, cos'è e come evolve

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04 dicembre 2015 Maria Antonia Frassetti 274

Digitalizzazione del lavoro, crisi economica, globalizzazione, avvento di nuove figure professionali. Sono alcuni dei fenomeni all’origine della nuova modalità di organizzazione del lavoro nata nel 2005. Stiamo parlando del coworking, in costante crescita anche in Italia. 



Cosa si intende quando si parla di coworking? Il termine, ormai di uso comune, sta a significare la condivisione di uno spazio di lavoro tra più persone. Si tratta in genere di lavoratori autonomi e freelancer, professionisti che si spostano frequentemente per lavoro o che non hanno necessità di avere un ufficio fisso stabile. Sono per lo più traduttori, specialisti di comunicazione e marketing, web designer, grafici, artisti, ma anche avvocati, psicologi, ingegneri, giornalisti e informatici. Basta portarsi dietro il proprio notebook (a volte nemmeno quello), tutto il resto è preso in affitto, per pochi giorni, alcuni mesi o anni, a seconda dei bisogni.

Perché scegliere il coworking?
I vantaggi sono molteplici, di diversa natura. Condividere uno spazio di lavoro con altre persone significa innanzitutto abbattere considerevolmente i costi di un ufficio stabile, in quanto a affitto, consumi energetici, connessione internet, tecnologia di vario tipo (computer, modem, stampanti, telefoni, scanner…), mobilio. Infatti, a preferire questa soluzione sono soprattutto giovani e/o startupper che non dispongono delle risorse sufficienti per aprire un ufficio o una sede propri, ma ci sono anche professionisti colpiti dalla crisi o licenziati dalle aziende che hanno deciso di portare avanti l’attività professionale in questo modo.

Il coworking è scelto anche da giovani donne con figli piccoli o comunque da figure che per svariati motivi (non solo familiari) hanno l’esigenza di disporre di piena flessibilità sul lavoro, in merito a orari di entrata e uscita, permessi, ferie.

Gli aspetti pratici non sono però gli unici da considerare. Lavorare nello stesso ufficio con altri professionisti autonomi e quindi di pari livello può essere stimolante e può creare quella sinergia che a volte manca nei posti di lavoro tradizionali, dove si è “intrappolati” in gerarchie, regole e strutture rigide da rispettare. Positivo può essere anche lo scambio di competenze, idee e contatti che può avere facilmente luogo in un contesto simile.
Ovviamente esiste il rovescio della medaglia. Il coworking necessita spirito di adattamento, per il fatto che si utilizzano spazi non propri insieme a persone che non si conoscono. Possono inoltre mancare tranquillità e silenzio per potersi concentrare adeguatamente, così come riservatezza e privacy.

Il futuro del coworking 
Il coworking nasce nella Silicon Valley del 2005, quando Brad Neuberg, un giovane programmatore informatico, decide di aprire a San Francisco un locale da affittare a coloro che avevano bisogno di uno spazio per lavorare. Da quel momento l’idea di coworking si è velocemente affermata e diffusa, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa. In Italia, il fenomeno ha preso piede soprattutto a Milano che è, non a caso, la città italiana con la maggiore concentrazione di startupper, freelancer (come blogger, designer, artisti, consulenti) e donne lavoratrici.

Cosa si prevede per i prossimi anni? Si stanno affermando, anche se al momento principalmente all’estero, esperimenti di co-living, ovvero luoghi in cui non è soltanto possibile lavorare in coworking, ma anche soggiornare per un certo periodo di tempo, in città o addirittura per le vacanze estive in località turistiche di mare e di montagna. Così inteso, il coworking si esprime nella sua versione più estrema, in cui vita professionale e vita privata faticano a distinguersi in modo chiaro. Se troverà ampi consensi anche in Italia, lo scopriremo tra qualche anno. Sicuramente il coworking puro e semplice rappresenta una soluzione alla crisi attuale mettendo in discussione i valori associati al tradizionale concetto di lavoro.
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